"Qualsiasi cosa sia la creatività, è una parte nella soluzione di un problema."

Frase della settimana di Brian Aldiss

30 DICEMBRE 2010 - ore 09 : 04 | Autore: Norgalis | 1 commentofeed commenti

COMMENTI ALLA FENOMENOLOGIA DI MIKE BONGIORNO DI UMBERTO ECO

La Fenomenologia di Mike Bongiorno, contenuta nell'opera di Umberto Eco Diario minimo del 1963, è in estrema sintesi un'acuta e brillante riflessione sulla mediocrità standardizzata impostasi con la diffusione della televisione come mezzo di comunicazione di massa, indicando come involontario (e, in ultima analisi, incolpevole) simbolo di questo processo il ben noto presentatore. A quasi quarant'anni dalla stesura risulta chiaro, non senza amarezza, che i suoi contenuti sono ancora attuali. Il lato positivo di ciò è che possiamo ancora beneficiare delle parole dell'autore per alimentare il nostro spirito critico. Desidero quindi con voi approfondire alcuni passaggi salienti del testo per cercare di rapportarli alla situazione odierna, senza dimenticare di mettere per primi noi stessi sul banco degli imputati.

 

L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: […] gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali [...] irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose.

 

L'incipit del saggio non ha perso, negli anni, nemmeno un briciolo della sua forza critica. Eco pone l'accento su quello che può senza difficoltà essere considerato il principale scopo metafisico della televisione: mantenere in movimento perpetuo la civiltà dei consumi, creando e diffondendo nella misura più ampia possibile desideri e aspirazioni, da conseguire tramite acquisti della più diversa specie. L'area concettuale colonizzata da chi si serve della televisione è negli anni notevolmente aumentata, fino ad uscire dal ristretto ambito delle comodità materiali, arrivando ad instaurare modelli che riguardano in ultima analisi la forma della felicità stessa, all'interno della quale un posto privilegiato è occupato dall'appagamento esteriore. Quest'ultimo, soprattutto in anni recenti, è simboleggiato sempre più dal corpo femminile, del quale la pubblicità infatti abusa. Nonostante gli ideali proposti/imposti siano irraggiungibili dalla stragrande maggioranza dei telespettatori, il progresso mette a disposizione in numero sempre maggiore nuovi strumenti di conseguimento. Ecco come oggi, a differenza di quanto indicato da Eco, non pochi intraprendono davvero quelle “operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose”. Per portare un esempio concreto, i reality e talent show sono la forma più evoluta ed efficiente tramite la quale inseguire modelli di successo, addirittura con la possibilità di diventarlo per altri in pochissimo tempo.

 

 

La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l'everyman. La TV presenta come ideale l'uomo assolutamente medio. […] Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo.

Paradossalmente questo passaggio sembrerebbe in contrasto con il precedente, invece non lo è. A mio parere, accanto a veri e propri superman, che rappresentano un ideale punto d'arrivo, l'importanza degli everyman è quella di stabilire uno standard conseguibile senza grossi sforzi, ma comunque capace di generare un'esclusione. Le caratteristiche dell'everyman si esplicano oggi in alcuni ossimori, quali il SUV economico o l'accessorio d'alta moda non originale: da un lato si tende a imitare ciò che non si può emulare, dall'altro si offrono possibilità di reclamare per sé una parte minima (nella quantità o nel tempo) di quei surplus che i propri modelli di vita possiedono in misura massima. L'esclusione, inoltra, gioca un ruolo fondamentale nel generare un senso di appartenenza in una società privata di ideologie che si vuole orientare ai consumi: in parole povere, per sentire di avercela fatta, qualcun altro non deve farcela, ed è appunto la televisione a stabilire questa linea di confine, nonché le conseguenze per chi resta fuori dal gruppo dei vincenti.

 

 

[...] quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Leggendo questo capoverso nel 2010, nonostante l'autore si riferisca a Mike, il pensiero non può che andare ad alcuni leader politici, che racimolano consensi abbassando sempre più il livello del loro linguaggio e delle rivendicazioni che promuovono. Di essi si dice che siano “radicati nel territorio”; io penso piuttosto che abbiano sapientemente sfruttato l'opera livellatrice della televisione (che per definizione non ha nulla di legato al territorio) esplicitata con maestria nell'ultima frase di questa citazione. Se la classe dirigente è l'espressione della società che la produce, ritengo che non ci si possa stupire di fronte a certe esternazioni volgari o provocatorie dei nostri politici di massimo livello: essi non fanno altro che imitare i propri elettori per suscitare empatia in loro, piuttosto che proporsi essi stessi come modelli trainanti degni di indicare ad altri la strada. Inutile sottolineare come non sia certo la prima delle due opzioni a promuovere un vero miglioramento della politica, quale che sia la forma che possa assumere.

 

 

L'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.

Queste parole me ne suggeriscono d'istinto altre molto recenti: “Fatevi un bel panino con la Divina Commedia!”. A prescindere dal contesto, penso che la specificità dell'affermazione stia nella confusione tra qualità e quantità. La seconda è definibile univocamente, la prima no: per questo motivo da molti viene esclusa o vista nel migliore dei casi con imbarazzata deferenza. Il denaro è la forma privilegiata e totalizzante della quantità, l'arte e la conoscenza sono le avanguardie di qualità quotidianamente insidiate dalla mancanza di riscontri quantitativi e comunicabili a tutti. Aggiungendo il fatto che, come detto prima, la televisione contribuisce non poco a far sì che un uomo non viva più alcuni propri limiti intellettuali come tali, fino al paradosso di sbandierare la propria ignoranza sotto il falso stendardo della concretezza, lo scontro diventa inevitabile.

 

 

Mike Bongiorno parla un "basic italian". Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. […] Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo.

Le cose, e soprattutto i concetti, esistono dal momento in cui si crea o si impara una parola per definirli. Togliendo parole e forme verbali, si tolgono pezzi di mondo dall'immaginario di un individuo, imprigionandolo in spazi mentali sempre più stretti e disarmando la sua volontà, che diventa facile preda di chi la voglia dirigere. Questo concetto è meravigliosamente descritto nel romanzo “1984” di George Orwell, lettura caldamente consigliata.

 

Mi rendo conto che nonostante la lunghezza del post molti argomenti toccati potrebbero essere approfonditi ulteriormente. Si accettano suggerimenti.

1 commento a "Commenti alla fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco"

Indaco:

30.12.2010

12:41 PM

...io sto tanto bene senza la tv....Bisognererbbe che le persone, invece di adeguarsi alla "scatola" proposta della società, iniziassero ad usare il cervello, ad essere curiosi sugli eventi e ciò che ci circonda mantenendo la voglia di approfondire i contenuti per farsi una propria idea su tutto. E' difficile ma non impossibile.

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